Oggi pomeriggio è morto lo zio Adelelmo, Memo, il fratello piccolo di mio nonno.
Tra loro c'era una gran differenza di età, 24 anni, era il piccolo di famiglia, ma tra i fratelli di mio nonno, era quello che gli assomigliava di più, sia fisicamente che di carattere, aveva un temperamento sanguigno, ribelle e sempre pronto a combattere per difendere le sue idee. Tanto è vero che nemmeno diciottenne entrò nella resistenza, è a uomini come lui che dobbiamo la nostra libertà. Mio nonno ricordava spesso il momento in cui si separarono, l'8 settembre del '43, Memo diretto sugli appennini a combattere mio nonno pronto a seguirlo, ma lui gli disse: hai un bambino piccolo e una moglie, il tuo posto è qui vicino a loro, qualcuno deve rimanere a difendere le nostre case, mio nonno rimase e si rivedero solo due anni più tardi. Le sue imprese da partigiano sono diventate leggenda nella zona, quando ero piccola mi raccontava sempre un episodio: durante un temporale un certo numero di tedeschi avevano trovato riparo dentro un casottino in mezzo ai campi, non si sa perchè ma avevano lasciato fuori gran parte delle armi, Memo e i suoi compagni riuscirono, col favore delle tenebre e coperti dal rumore della pioggia, a sbarrare dall'esterno la porta del casottino, a rubare le armi e a fuggire senza sparare un solo colpo.
Il suo soprannome era Ciufin, aveva i capelli rosso scuro e ricci con un gran ciuffo sulla fronte, quando si arrabbiava il ciuffo si muoveva minaccioso avanti e indietro e allora era meglio girare al largo.
Quante discussioni feroci abbiamo fatto, lui cacciatore convinto io contro la caccia, ma di cacciatori come lui non ce ne sono più. A un certo punto, quando si rese conto che cacciare non aveva più senso, perchè le campagne non erano più come quando era giovane lui e una lepre sulla tavola non faceva più la differenza per una famiglia, appese il fucile al muro per sempre.
Uno dei miei primi incontri ravvicinati con un cane è stato con il suo collie incrociato con chissà cosa perchè era enorme, io avevo tre anni e ero a pranzo a casa sua, seduta sulla sedia la mia faccia arrivava giusta giusta al muso del cane che, per dimostrarmi le sue migliori intenzioni e farmi capire che ero la benvenuta, incominciò metodicamente a leccarmi la faccia con la sua enorme lingua. Non so quale altra bambina di tre anni avrebbe mantenuto tale e calma e sangue freddo al punto da dire senza scomporsi minimamente: va bene tutto, ma slinguarmi no! A quel punto lo zio fu certo che nelle mie vene scorresse l'impavido sangue dei Tonelli e lo conquistai definitivamente.
La sua vita è stata tutta una battaglia, sempre testa alta petto in fuori e lancia in resta.
Il suo carattere non è venuto mai meno, ha protestato , piantato grane e litigato con i dottori fino all'ultimo.
Adesso sarà già insieme ai suoi fratelli Zorille, Artemide e Armando, che lo stavano aspettando e probabilmente tutti insieme staranno discutendo, come facevano sempre.
Grazie di tutto zio Memo, mi mancherai.
domenica 28 dicembre 2008
domenica 23 novembre 2008
ventesima puntata - Camomilla 2
Camomilla si adattò subito alla vita familiare. Appena entrati in casa aprimmo il trasportino e lei uscì senza la benchè minima timidezza, esplorò tutto l'appartamento con il piglio del proprietario. Annusò ogni centimetro quadrato della casa, approvò la sistemazione della lettiera in bagno e delle ciotole per acqua e cibo in cucina, verso sera volle perlustrare anche il grande terrazzo che, per fortuna, ebbe la sua approvazione, dal suo atteggiamento capimmo che se la casa non le fosse andata a genio avremmo dovuto traslocare prima del previsto. Dopo un paio di giorni ci fu l'incontro con Greta, la nonna venne a trovarci con il simpatico cagnetto... sembrava quasi che fosse stata avvertita del nuovo arrivo, si precipitò in casa alla ricerca del gatto... si videro, a quel punto capimmo che Camomilla non era un gatto normale, un gatto normale avrebbe soffiato, forse miagolato, avrebbe fatto la gobba e la coda grossa. Camomilla non fece nulla di tutto questo, si limitò a dare un pugno in faccia al cane, si un pugno! un gatto qualsiasi avrebbe alzato la zampa per sferrare un colpo dall'alto verso il basso, magari appoggiandosi sulle zampe posteriori e alzandosi un poco, lei no, lei rimase seduta tranquillamente e sferrò un colpo a zampa chiusa in orizzontale, diritto sul naso del cane. Tutto questo senza un verso, senza muovere un pelo... Greta rimase attonita, stupita da un simile gesto, fece dietro front e andò ad accucciarsi ai piedi di mia nonna. Camomilla rimase al suo posto, impassibile come un gatto di marmo, sicura nella sua posizione di padrona di casa. Fu così stabilito tra le due che l'una non avrebbe disturbato l'altra.
I mesi passarono, arrivò l'inverno e Camomilla scoprì il piacere dei termosifoni, passo tre mesi appallottolata su un calorifero, ricominciò a muoversi con la primavera. Con il disgelo decise di allargare i confini della sua conoscenza territoriale e incominciò a fare dei giretti sulle scale del condominio, per poi spingersi fino al cortile. Di solito usciva subito dopo cena per risalire dopo un paio d'ore, una sera verso le nove sentimmo i versi tipici di una rissa tra gatti... poco dopo Camomilla si presentò in casa, il pelo un poco arruffato e gli occhi azzurri solo un pò più sbarrati del solito, ma all'apparenza molto tranquilla. Il mattino dopo trovammo in cortile ciuffi di peli felini neri e rossi, di sicuro non erano di Camomilla, ma di uno o forse due antagonisti, che avevano evidentemente avuto la peggio... Camomilla era diventata il ras del quartiere.
I mesi passarono, arrivò l'inverno e Camomilla scoprì il piacere dei termosifoni, passo tre mesi appallottolata su un calorifero, ricominciò a muoversi con la primavera. Con il disgelo decise di allargare i confini della sua conoscenza territoriale e incominciò a fare dei giretti sulle scale del condominio, per poi spingersi fino al cortile. Di solito usciva subito dopo cena per risalire dopo un paio d'ore, una sera verso le nove sentimmo i versi tipici di una rissa tra gatti... poco dopo Camomilla si presentò in casa, il pelo un poco arruffato e gli occhi azzurri solo un pò più sbarrati del solito, ma all'apparenza molto tranquilla. Il mattino dopo trovammo in cortile ciuffi di peli felini neri e rossi, di sicuro non erano di Camomilla, ma di uno o forse due antagonisti, che avevano evidentemente avuto la peggio... Camomilla era diventata il ras del quartiere.
mercoledì 19 novembre 2008
diciannovesima puntata - Camomilla
La morte di nonno Armando cambiò, in misura diversa, la vita di tutti noi. Ovviamente quella che stava peggio di tutti era nonna Eli, che per la prima volta in vita sua si ritrovò da sola, noi abitavamo in centro e lei in periferia, io andavo a trovarla quasi tutti i giorni, ma non era abbastanza. Anche per questo motivo mio padre decise che sarebbe stato meglio per tutti tornare a vivere insieme, era giunto il momento di trasferirsi, avremmo lasciato la città per vivere in "campagna". Non trovando una casa adatta alle nostre esigenze, si decise per costruirne una nuova, questa cosa mi rendeva particolarmente felice perchè avrebbe posticipato di due anni il momento di lasciare la città. Mentre i miei genitori erano impegnatissimi a causa della costruzione della casa, io me andai in vacanza con dei cugini in Liguria, fu li che incontrai Camomilla. Un giorno in spiaggia, mentre facevamo un pic nic, si avvicinò una gattina stupenda, ricordava vagamente un siamese, ma tigrato, con degli occhi azzurri stupendi, una certa aria aristocratica del tipo "non ho bisogno di niente, basto a me stessa me la so cavare benissimo, so di essere molto bella, se vuoi puoi guardarmi, ma non toccarmi", le offrii una fetta di salame, che mangiò con un certo sussiego, ringraziò e se andò. Il giorno dopo la ritrovammo, ma il suo atteggiamento era cambiato, aveva gli occhioni spalancati dalla paura e perdeva sangue dalla coda, mi si avvicinò subito come per dirmi "puoi fare qualcosa per me?", inutile dire che me la portai a casa immediatamente e il pomeriggio stesso la portai dal veterinario. La diagnosi del medico fu molto umiliante per Camomilla, le ferite sulla coda erano dei morsi, per la precisione morsi di topo e di un topo di notevoli dimensioni, evidentemente aveva avuto uno scambio di opinioni con una pantegana e la gattina aveva avuto la peggio. Il veterinario la medicò, le fece una puntura di antibiotico, stabilì che doveva avere non più di sei mesi e visto la sua vivacità la chiamò camomilla, nome che le rimase per i successivi diciassette anni. Siccome la medicazione doveva essere ripetuta per cinque giorni, decisi che almeno per quel periodo la gatta sarebbe rimasta con me, la bestiola si dimostrò essere veramente ben educata, andava in giardino per i suoi bisogni e poi tornava subito in casa perchè il veterinario aveva detto che doveva stare tranquilla per qualche giorno e lei decise di seguire alla lettera il suo consiglio. Intanto io avevo comunicato per telefono a mia mamma che avevo trovato una povera gattina abbandonata e ferita e che mi sarebbe piaciuto tanto poterla tenere "non se parla nemmeno" fu la lapidaria risposta di mamma Udi, "figurarsi se adesso portiamo a casa un gatto" rimarcò mio papà. Dopo due giorni i miei arrivarono al mare per passare insieme il fine settimana, come di consueto. Arrivarono il sabato mattina alle 10, alle 12 stavano uscendo per andare a comprare un trasportino, una lettiera e una ciotola per camomilla, visto che sarebbe venuta a casa con noi. Le bastarono cinque minuti per intortarsi mia mamma, solo due per lavorarsi mio papà.
domenica 16 novembre 2008
Diciottesima puntata - Un grande dolore.

Nonno Armando morì, dopo una breve malattia, quando avevo diciassette anni. Al momento non riuscii nemmeno a piangere, mi sentivo come paralizzata, avevo congelato i miei sentimenti. E' difficile spiegare quanto abbia significato per me crescere con mio nonno, i miei primi dieci anni sono stati i più felici della mia vita, anche perché potevo stare tutti i giorni con lui. Quante cose si imparano dai nonni, quanto amore si riceve e si da, forse ci si rende conto solo in età adulta di quale bene prezioso siano i nonni, di quanto siano importanti nella formazione di una persona.
I nonni si erano trasferiti da pochi anni in una casa dall'altra parte della città, un appartamento più grande e più comodo per loro, a piano terra con un piccolo cortiletto privato che mio nonno aveva trasformato in un giardino botanico. Nonno Armando passò a letto l'ultimo mese della sua vita, per tutto quel tempo Greta non uscì mai di casa, si allontanava dal letto del suo padrone solo per brevissime visite al giardinetto, non ci fu verso di portarla fuori nemmeno una volta. Quando arrivò l'ultima crisi ero in casa da sola con lui, la nonna si era presa cinque minuti di riposo per andare da una cugina che abitava al piano di sopra, feci le scale di corsa per andare a chiamarla, poi i ricordi si fanno confusi... gente che entrava e usciva dalla sua camera e io seduta sul divano del salotto con il cane in braccio che tremava, i preparativi del funerale, tanti parenti, tante parole inutili... e io e Greta sempre sul divano... per la prima volte unite,mute. Quando arrivò il momento di portare fuori la bara, mi fu chiesto di salire al piano di sopra da nostra cugina con Greta, perché aveva incominciato a mordere alcuni parenti alle caviglie. Andai sul balcone con il cane in braccio, per vedere mio nonno che usciva di casa per l'ultima volta, al passaggio della bara Greta lanciò un lungo acutissimo ululato e io, finalmente, piansi. Per i tre giorni successivi, Greta non toccò cibo, se ne stava sdraiata sul tappetino ai piedi del letto del suo padrone, per tutto il giorno, si spostava solo alla sera quando la nonna andava a letto per mettersi vicino a lei. Il quarto giorno aprendo un armadietto in cucina, trovai un pacchetto dei biscotti preferiti dal nonno, quelli che mangiava la mattina a colazione, ne portai uno a Greta, lei lo annusò e si mise a uggiolare disperatamente guardando il letto, sapeva che quelli erano i “suoi” biscotti, quelli che divideva con lei durante il loro particolarissimo rito della colazione. Il nonno si sedeva al tavolo della colazione, con latte e biscotti, il cane faceva il diavolo a quattro per attirare la sua attenzione e lui faceva finta di non vederla, anzi chiedeva “ma dov'è stamattina quel cane?”, fino a quando lui fintamente sorpreso le diceva “ah, ma sei qui...” e le dava un biscotto... lei tutta felice andava a sgranocchiare il suo premio sul tappetino della camera da letto e veniva blandamente sgridata dalla nonna... tutte le mattine così. Quel biscotto portato da me, evidentemente, non aveva lo stesso valore e lo stesso sapore, ma servì a farla mangiare di nuovo, e servì anche alla nonna perchè davanti a quel muso che la guardava interrogativamente aspettandosi un certo comportamento, fu “costretta” a far finta di sgridarla per aver mangiato il biscotto sul tappeto della camera da letto, e questo le strappò un piccolo sorriso.
La vita continuò, ma dopo di allora, niente fu più come prima.
domenica 9 novembre 2008
diciassettesima puntata - Greta e la gita in campagna
Ho già detto più volte che Greta non era certo un cane simpatico, però una volta anche lei ci fece ridere moltissimo. Greta era uno Yorkshire terrier, dall'olfatto incredibile e con l'innato istinto dello stanatore e del cacciatore, qualità che in città non poteva certo mettere in pratica, appena potevamo la portavamo fuori città dove poteva in tutta libertà sfogare i suoi istinti. Una domenica decidemmo di portarla con noi, in visita dalla mia nonna materna, che abitava in campagna. Nel pomeriggio, dopo che l'odiosa bestiola aveva cercato di azzannare la nonna mentre cercava semplicemente di coprire con una coperta mio papà che faceva un sonnellino sul divano, uscimmo per una passeggiata. Capitammo nell'aia di una cascina, subito il lesto segugio si lanciò all'inseguimento di una sventurata gallina, il pennuto però, sebbene non dotato di grande intelligenza si dimostrò più furbo del cane nel passare attorno alla fossa contenente liquami e letame. Greta pensò di guadagnare strada saltando la fossa, impresa che si rivelò essere ben al di sopra delle sue capacità, si lanciò in un atletico salto, ma la posa plastica si guastò a circa metà del percorso... Greta guardò avanti poi in basso e poi con il terrore negli occhi verso di me, io impotente la vidi cadere in un turbinio di spruzzi nel letame. Per fortuna nella fossa c'era anche una balla di paglia, alla quale Greta si attaccò con disperazione, accorsero alcune persone, gallina compresa, e tutti dal bordo della vasca, che era profonda circa tre metri, si prepararono ad assistere all'agonia del incauto cane, nessuno infatti aveva la benchè minima intenzione di scendere nella fossa per salvare il cane. Io iniziai a piangere disperatamente, non potevo stare li a vedere il mio cane annegare nel letame senza fare niente, un contadino, vedendo la mia disperazione si impietosì e iniziò a pensare a una soluzione. Disse: il cane è piccolo e leggero, forse con un forcone riusciamo a tiralo fuori. Io piansi ancora più disperatamente, avevo capito che per tirarla fuori avrebbero infilzato Greta con un forcone... dopo che mi spiegarono che avrebbero usato il forcone come una pala mi calmai. Fu applicata una specie di prolunga al manico del forcone e, non senza difficoltà, si riuscì a tirare fuori la povera bestiola, con mia grande gioia tra l'approvazione generale e il palese disappunto della gallina. Vi lascio immaginare in che condizionisi trovava Greta oltre ad essere semisvenuta per gli effluvi del liquame e per lo spavento era veramente lurida, usammo una intera confezione gigante superfamiglia di shampoo per lavarla, ma l'odore del letame andò via dopo circa sette giorni e altrettanti lavaggi. Non so perchè ma da quel giorno Greta prese in odio anche le galline.
lunedì 27 ottobre 2008
sedicesima puntata - La stanza segreta 4/4
Bianca decise che era meglio tornare in casa e tenere sotto controllo la situazione, diede una annusatina alla culla della bambina, decise che era tutto a posto e si sistemò accanto alla poltrona dove era seduto il dottore, quell’uomo non avrebbe più fatto una mossa senza il suo permesso! Il medico iniziò il suo racconto . Fui chiamato una sera all’ora di cena, dal proprietario di questa casa, mentre erano a tavola con il figlioletto di quattro anni, la moglie si era sentita male, cadendo picchiò la testa sulla base del camino e svenne. Non ci fu nulla da fare, la donna morì nella notte, il marito quasi impazzì dal dolore, affidò il figlioletto alle cure della sorella, che abitava in un’altra città, e si ritirò a vivere in questa casa da solo. I parenti della moglie lo accusarono di aver provocato la morte della donna per appropriarsi dei suoi beni, ma non ci fu modo di provarlo, inoltre il comportamento dell’uomo sembrava più che altro smentire questa ipotesi. Fece murare la stanza dove accadde l’incidente e non permise mai a nessuno di mettere piede in questa casa, non si interessò della vita del figlio e morì senza rivederlo, ma lasciandogli una discreta fortuna e questa casa. Se volete un consiglio fate chiudere di nuovo quel muro e non dite mai a vostro marito quello che avete saputo, un giorno forse sarà lui stesso a raccontarvi questa storia. Zorille si riprese piuttosto in fretta, non seguì il consiglio del medico, e attese il ritorno del marito. Quando Antonio ritornò a casa vide subito l’apertura, entrò e prese in mano il ritratto della madre, Zorille lo trovò così, perso dietro ai suoi cupi pensieri, dopo tutto quello era il luogo dove era morta sua madre. Della vicenda sapeva solo quel poco che gli aveva raccontato la zia, non che lui volesse saperne di più, ma era comunque un nodo irrisolto della sua vita. Sentendo arrivare Zorille si voltò e il suo viso si illuminò di nuovo, lei e i suoi figli erano il suo futuro era inutile macerarsi nel passato. Insieme presero la decisione di abbattere completamente il muro e di rifare il camino, la famiglia stava aumentando e c’era bisogno di spazio, negli anni successivi sarebbero infatti arrivati altri tre figli. Prendendo il telo ricamato dalla sedia Antonio disse: chissà per chi stava ricamando mia madre, queste non sono le sue iniziali, lei si chiamava Adelaide, credo che debba tenerlo tu, dopotutto ZG sono le tue iniziali.
mercoledì 15 ottobre 2008
Quindicesima puntata - La stanza segreta 3/4
Dietro la parete si nascondeva un’altra stanza, si vedevano chiaramente un imponente camino di marmo, un tavolo con tre sedie, una rovesciata per terra e una sedia a dondolo. Tutto era ricoperto da uno spesso strato di polvere, il tavolo era apparecchiato per il pranzo e sulla sedia a dondolo era appoggiato un indumento bianco. Bianca cercò in tutti i modi di impedire che Zorille entrasse in quella stanza, ma non ci fu nulla da fare, iniziò a ululare e preferì uscire di casa. Il varco fu allargato a sufficienza per lasciar passare una persona e la luce del giorno, mentre i due uomini e la sguattera ripulivano il pavimento dalle macerie, Zorille entrò nella stanza. Il tavolo era apparecchiato per due persone, un terzo posto era evidentemente destinato a un bambino con un piatto e un bicchiere più piccoli, nei piatti si intravedeva ancora qualche traccia di cibo, il pasto doveva essere stato interrotto improvvisamente, nel camino i resti di un fuoco ormai spento da anni, sulla grande mensola un vaso di fiori rinsecchiti, un orologio che non batteva più le ore e un piccolo ritratto di una donna con un bambino in braccio. L’indumento sulla sedia a dondolo si rivelò essere un telo di lino con un ricamo lasciato a metà, un disegno floreale con due iniziali intrecciate Z e G. La sguattera entrò nella piccola stanza e iniziò a pulire il pavimento, ci vorrà un bel po’ per rimettere tutto a posto… mentre Zorille osservava più attentamente il ritratto, il viso della giovane signora le era familiare, le sue riflessioni furono interrotte da un grido strozzato, la sguattera aveva lasciato cadere la scopa e si era allontanata dal camino con gli occhi dilatati dallo spavento. Zorille si avvicinò alla base del camino, adesso era ben visibile una larga macchia scura, era evidentemente una chiazza di sangue, che nessuno aveva mai pulito. Cosa era accaduto in quella stanza? Non ci fu tempo per formulare nessuna ipotesi, il bambino che Zorille aspettava decise di nascere proprio in quel momento. Il parto si presentò molto difficile e fu mandato a chiamare il vecchio medico del paese, che accorse immediatamente. Quello che disse lasciò tutti sbalorditi, anche se aveva altro a cui pensare, a Zorille rimase impressa quella frase: Sono passati vent’anni dall’ultima volta che misi piede in questa casa, e allora ne uscii lasciando un bimbo senza la madre, non voglio che accada anche adesso. Andò tutto bene e quella sera i membri della famiglia erano diventati quattro, una neonata stava urlando tutto il suo disappunto dalla culla posta vicino al letto della mamma. Con un filo di voce Zorille chiese: dottore, volete raccontarmi cosa accadde in questa casa? Con un sorriso il medico rispose: Come? Non sapete nulla? Se Antonio non vi ha raccontato nulla, non mi sembra giusto che debba essere io a farlo. Forse però è bene che sappiate la verità sull’uomo che avete sposato, Vi dirò tutto.
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